http://www.scudit.net/mdstraderomane.htm
"I Romani posero ogni cura in tre cose soprattutto, che furono dai Greci neglette, cioè nell'aprire le strade, nel costruire acquedotti e nel disporre nel sottosuolo le cloache" (Plinio il Vecchio)
Generalità
L'antica rete stradale romana fu un "sistema" di grande importanza per l'amministrazione dei territori conquistati e per l'affermazione di influenze politiche, economiche e culturali. I numerosi ritrovamenti archeologici, e le fonti storiche, testimoniano che conquiste territoriali e costruzione delle strade andavano di pari passo.
Forse nessun aspetto della civiltà romana è emblematico come la strada. Altri popoli sono stati grandi organizzatori e combattenti come i Romani; altri popoli, come loro, hanno lasciato imponenti testimonianze architettoniche ed artistiche: nessuno, invece, ha nemmeno tentato di "ingabbiare" il mondo con una stupefacente rete viaria come i Romani hanno fatto. Si calcola che nel periodo di massimo splendore erano percorribili - in Europa, Asia e Africa - circa centomila chilometri di strade costruite, controllate e curate dalle istituzioni di Roma.
Non stupisce soltanto la quantità; ancor più avveniristica era la qualità di queste opere, rimasta eccezionale fino al tramonto del mondo antico: bisognerà aspettare la seconda metà del XX secolo, con le autostrade, perché tornino a realizzarsi concezioni simili a quelle romane. Infatti le vie consolari prediligevano i rettilinei, affrontavano direttamente i dislivelli, evitando il disegno a tornanti; e per questo richiedevano opere colossali quali ponti a parecchie arcate, scavi di gallerie, tagli di coste rocciose.
I nomi delle strade romane rivelano spesso la loro funzione originaria: la via Salaria era destinata al trasporto del sale; sull'Argentea, in Iberia (Spagna), si svolgeva il traffico del prezioso minerale.
Altre erano identificate dall'area geografica in cui avevano la loro origine o il loro termine: così la via Ostiense, da Ostia; la via Ardeatina, da Ardea, la Tiburtina, da Tibur, la Nomentana, da Nomentum.Per lo più, però, il loro nome ricorda colui che ne promosse la costruzione, come la via Appia, da Appio Claudio Cieco (312 a.C.), la via Flaminia, da Caio Flaminio (223-219 a.C.), la via Emilia, da M. Emilio Lepido (175 a.C.).
Il sistema stradale romano interessò tutta l'area dell'impero, dalla Britannia all'Africa settentrionale, dall'Iberia alle province danubiane e del Vicino Oriente.
La costruzione di un così imponente sistema di opere pubbliche, di tracciati stradali, di ponti, gallerie e viadotti, fu un lavoro immenso, realizzato quasi sempre in condizioni inumane, ad opera di militari, prigionieri di guerra, schiavi o criminali, che periodicamente si ribellavano, con rivolte spesso sanguinose.
I vecchi tracciati tra Roma e i centri laziali (le vie Laurentina, Safricana, Ardeatina) erano tortuosi, pieni di variazioni di quota, ricchi di irregolarità di profilo. Il loro fondo, quasi sempre in terra battuta, talvolta era stato scavato direttamente nella roccia, ed in qualche caso veniva rinforzato con ghiaia compressa.
L'introduzione di nuovi criteri e di nuove tecniche di ingegneria stradale viene fatta risalire al 312 a.C., quando si realizzò la costruzione della Via Appia ad opera di Appio Claudio Cieco, lo stesso costruttore del primo acquedotto di Roma (l'aqua Appia) come riportano Livio e Diodoro Siculo. Significativo fu l'abbinamento di strade e acquedotti, perché due strutture con funzioni così importanti per il vivere civile e per il progresso camminano l'una accanto all'altra.
Tecnica costruttiva
Il sistema costruttivo di una strada romana era piuttosto complesso. Per prima cosa, venivano definiti i margini e scavata profondamente la terra per liberare la zona che successivamente sarebbe stata occupata dalla carreggiata. All'interno dello scavo si sistemavano quindi quattro strati sovrapposti di materiali diversi (viam sternere):
lo statumen, la massicciata di base, composta di blocchi molto grandi e alta non meno di 30 cm
la ruderatio, fatta da pietre tondeggianti legate con calce, il cui spessore non era mai inferiore a quello della massicciata
il nucleus, uno strato di grossa ghiaia livellato con enormi cilindri
il pavimentum, ossia il rivestimento, generalmente in grossi massi di silex, una pietra basaltica di eccezionale durezza e sostanzialmente indistruttibile: i "basoli", da cui la definizione di basolato per indicare la pavimentazione.
La parte centrale della carreggiata era inoltre a schiena d'asino, per favorire il deflusso dell'acqua piovana lungo i marciapiedi per mezzo di cunicoli e canalette di scolo.
La larghezza media di una strada romana andava dai 4 ai 6 metri - eccezionalmente 10-14 metri - per permettere l'incrocio di due carri, a seconda dei luoghi e dell'importanza della viabilità; mentre i marciapiedi, di terra battuta oppure lastricati, erano larghi dai 3 ai 10 metri per parte.
Ponti e viadotti permettevano di superare fossati e corsi d'acqua; abbreviando i percorsi, essi evitavano di disegnare larghe curve fatte di salite e discese in opposte direzioni.
La capacità di virata degli assali anteriori dei carri imponeva il raggio di curvatura tra i 5 e gli 8 metri, mentre le pendenze massime non dovevano superare il 20%.
VOCABOLARIO
NEGLETTO
trascurato, tralasciato
CLOACA
fogna, canale di raccolta degli scarichi
PREDILIGERE
amare in modo particolare, preferire rispetto ad altro
RETTILINEO
che procede in linea retta
DISLIVELLO
differenza di livello o di quota
TORNANTE
curva stretta tipica delle strade di montagna ("curva a U")
COSTA ROCCIOSA
fianco, lato, parte, rilievo lungo il fianco di un monte
VIADOTTO
strada al di sopra del livello del suolo, con la stessa tecnica costruttiva dei ponti
TORTUOSO
non rettilineo
VARIAZIONE DI QUOTA
dislivello
IRREGOLARITÀ DI PROFILO
linea di contorno irregolare
GHIAIA
frammenti di roccia tipici dei fondali dei fiumi
CARREGGIATA
parte della strada su cui si svolge il traffico dei mezzi di trasporto
CUNICOLO
galleria sotterranea stretta e lunga
CANALE DI SCOLO
tubo, conduttura per lo scarico delle acque piovane
LASTRICATO
pavimentato con lastre di pietra
CAPACITÀ DI VIRATA
possibilità di girare, capacità di seguire una curva con un mezzo meccanico
ASSALI
il sistema meccanico che trasferisce il carico sulle ruote di un mezzo attraverso delle molle
RAGGIO DI CURVATURA
ampiezza della curvatura
PENDENZA
inclinazione rispetto a una linea orizzontale o verticale di riferimento
10.13.2011
DAL CODICE DA VINCI AI MISTERI DI GIORGIONE
http://www.scudit.net/mdgiorgione.htm
GiorgioneLa tempesta1502-1503 o 1507-1508 o 1505-1510olio su tela; cm 82 x 73Venezia, Gallerie dell'AccademiaUn paesaggio di alberi, rovine ed edifici viene illuminato dal bagliore di un lampo, che squarcia nuvole scure cariche di pioggia. Sullo sfondo c'è una città fortificata, che si affaccia su un fiume; in primo piano, a destra una donna seminuda che, seduta a terra, allatta un bambino e a sinistra un giovane soldato in piedi. E poi alberi, cespugli e rocce riprodotti con grande naturalezza, e un'antica rovina.È una rappresentazione emozionante e misteriosa della realtà, grazie ai colori che si fondono con l'atmosfera densa e carica di vapori, cosicché le forme appaiono morbide, quasi sfumate. Un natura da "sentire" con l'anima più che da vedere con gli occhi.
Le interpretazioni de "La Tempesta" di Giorgione espresse dagli storici dell'arte del passato e del presente, pur suggestive e talora ricche di spunti interessanti, sembrano spesso peccare di una eccessiva smania dei critici di attribuire a Giorgione intenzioni e volontà rispondenti più alla loro personalità che non a quella dell'artista stesso.Un'analisi più accurata ed onesta non può invece che partire dai fatti: Giorgione, pittore veneto e dalla vita misteriosa, subisce certamente l'influenza di Leonardo da Vinci, che soggiornò a Venezia nell'anno 1500; la sua appartenenza al Priorato di Sion o alla versione veneta del priorato, chiamata Rosacroce - seppure non documentata - è altamente probabile. Nello stesso tempo la sua contemporaneità con Nostradamus pone intriganti quesiti anche al lettore più disattento: e se le quartine di quest'ultimo gli erano note, come non ricordare che secondo Leonardo la pittura è una poesia muta mentre la poesia è una pittura cieca? Ma andiamo con ordine. Nel dipinto "La Tempesta" vediamo innanzi tutto la presenza di due generi, il maschile e il femminile. Tre sono i regni presentati, quello animale, quello vegetale e quello minerale. Quattro gli elementi della natura: terra, acqua aria e fuoco.La terna numerica 2-3-4 ci rimanda immediatamente ad alcuni aspetti numerologici che Giorgione non può avere ignorato.2-3-4 significa infatti anche 2 volte 3 (6) e 2 volte 4 (8). E quindi 2-6-8, o forse 26-8.La somma interna di 2-3-4 è quel numero 9 che rappresenta invece la perfezione del 3 volte 3 (33).Se dalla somma dei regni e degli elementi della natura (4+3=7) togliamo i 2 generi maschile e femminile (che si annullano nella divinità) otteniamo 5, che moltiplicato per se stesso diventa 25, cabalisticamente più complesso da identificare.Non è necessario davanti a questi fatti dar sfogo a dotte fantasie o contorte interpretazioni: il 26-8, cioè il 26 agosto, è la data in cui il cardinale veneziano Albino Luciani è diventato Papa con il nome di Giovanni Paolo I. E 33 sono stati i giorni del suo pontificato: sarà un caso che proprio Nostradamus abbia parlato di un Papa Per troppa bontà dolce a morire provocato." (C10, Q12); e sarà ancora un caso che in De Magnis tribolationibus et Statu Ecclesiae, stampate a Venezia nel 1527, un libretto di profezie ad opera di un monaco di Padova, ci sia di nuovo una profezia che a proposito di Giovanni Paolo I dice: “passerà rapido come una stella cadente, il pastore della laguna”?E se quel 25 non corrisponde direttamente all'anno dell'elezione del pontefice, avvenuta nel 1978, possiamo ignorare che la somma interna delle cifre di 1978 sia proprio 25?Eppure questi inconfutabili richiami a Papa Giovanni Paolo I sembrano non aver nulla a che vedere con l'immagine de La Tempesta: che relazione può esserci tra il papa veneziano e quella donna che allatta un bambino di fronte a quel soldato?Mentre la tempesta sta per abbattersi sull'umanità il soldato - un mercenario, stando al suo abito da "lanzichenecco" - sembra attendere un evento o forse un segnale. Un evento collegato a quella donna, a quella madre sul lato orientale del fiume, davanti alla città fortificata con mura e torri. Non sfuggirà al lettore colto che la donna altri non è che la Grande Madre, che gli antichi - Luciano, Apuleio - identificavano con Venere e Iside, equivalenti della mesopotamica dea Ishtar. Cosicché la città turrita potrebbe essere l'antica Babilonia, sulle sponde dell'Eufrate. Soffermiamoci ora sulla città: ciò che più sorprende nelle varie e fantasiose interpretazioni date di questo dipinto è il fatto che gli studiosi abbiano trascurato di dar peso all'ultimo edificio sul fondo del quadro, appena a sinistra dopo le mura. Già riconoscibile ad occhio nudo come la raffigurazione della Basilica di San Pietro in Vaticano, questa identificazione è comprovata da una sofisticata analisi fatta al computer con l'ingrandimento di questa sezione del quadro. Né questo inficia l'identificazione della città con Babilonia: la "Verità", simboleggiata dal massimo simbolo della cristianità (la Basilica di San Pietro), era apparsa, sia pure in forma di schegge minuscole e isolate, anche nel mondo che non conosceva il vero Dio, tra i sapienti e i filosofi. E chi può mettere in dubbio che la "verità" abbia illuminato gli antichi abitanti delle Mesopotamia (simboleggiata da Babilonia), là dove nacque la scrittura, e quindi la Storia?
CONCLUSION IL'ordine del Priorato di Sion è più noto in Veneto come Rosacroce (Rose-croix Veritas), sottotitolo che il Priorato di Sion si era dato a partire dal 1188. Gli appartenenti veneti a Rosacroce (cui avrebbe aderito anche Papa Giovanni XIII, non a caso patriarca di Venezia) erano dediti a pratiche alchemiche e profetiche, in stretto collegamento con i testi del profeta Malachia, di Nostradamus e del monaco di Padova autore del De Magnis tribolationibus et Statu Ecclesiae.Il patrizio veneziano Marcantonio Michiel cita per la prima volta La Tempesta di Giorgione nel suo "Notizie d'opere del disegno" (1530). L'anagramma del nome del patrizio (lo intimo macchinare) avrebbe potuto o dovuto già mettere in sospetto quelle gerarchie ecclesiastiche che del quadro sembrano interessarsi ben poco.Torniamo alla Tempesta. Per noi è chiaro che si tratta della rappresentazione dipinta della profezia scritta da Nostradamus sulla prima Guerra del Golfo (Tempesta sul deserto, il "Desert Storm" del 1990): Sotto i cieli di Babilonia, iniqui, / grande sarà di sangue l'effusione / terra, aria, mare, cielo non proficui / sete, fame, stati, peste, confusione (quartina I,55).Il soldato occidentale attende quasi indifferente che la tempesta si abbatta sull'umanità provocando la Madre di tutte le battaglie, qui simboleggiata dalla donna (la Grande Madre - Ishtar), in prossimità di Baghdad. Giorgione dipinge ciò che Nostradamus scrive e che Leonardo teorizza.Attraverso il quadro di Giorgione gli appartenenti a Rosacroce tramandarono l'immagine della Guerra del Golfo (Tempesta nel deserto), guerra che poteva essere evitata solo da Papa Albino Luciani, ultimo esponente veneto dell'Ordine. Intorno al 1140 il vescovo Irlandese Malachia profetizzò le successioni papali definendo Papa Albino Luciani il Papa della medietate lunae, ovvero la mediazione della luna. Sembra evidente il collegamento fra questo pontefice (anche il nome "Albino" richiama la luce) e la mediazione della luce della luna nei confronti di quella stellare: e la dea Ishtar di Uruk - prima di essere associata al culto della Grande Madre - era del resto la divinità collegata al culto della stella della sera, così come Venere nella tradizione latina. Nel suo pontificato Papa Luciani avrebbe potuto intervenire (sulle banche vaticane gestite da Monsignor Marcinkus in diretto contatto con i fabbricanti di armi americani?) mediando per chiudere quei canali finanziari che furono poi alla base dell'evento bellico. Ma 33 giorni non bastarono e il papa inspiegabilmente morì. Non sta certo a noi stabilire se ci fu una mano assassina (né abbiamo prove che questa mano sia stata mossa da quella stessa Opus Dei che del quadro di Giorgione non ci ha mai voluto parlare). A noi basta sottolineare che, come ricorda Umberto Eco, qualcuno ha tramato o trama ancora nell'ombra. A questi misteriosi personaggi va attribuita la scomparsa di chi aveva messo in chiaro un cifrato che doveva restare nascosto o noto soltanto a chi determina in segreto i destini dell'occidente.
GiorgioneLa tempesta1502-1503 o 1507-1508 o 1505-1510olio su tela; cm 82 x 73Venezia, Gallerie dell'AccademiaUn paesaggio di alberi, rovine ed edifici viene illuminato dal bagliore di un lampo, che squarcia nuvole scure cariche di pioggia. Sullo sfondo c'è una città fortificata, che si affaccia su un fiume; in primo piano, a destra una donna seminuda che, seduta a terra, allatta un bambino e a sinistra un giovane soldato in piedi. E poi alberi, cespugli e rocce riprodotti con grande naturalezza, e un'antica rovina.È una rappresentazione emozionante e misteriosa della realtà, grazie ai colori che si fondono con l'atmosfera densa e carica di vapori, cosicché le forme appaiono morbide, quasi sfumate. Un natura da "sentire" con l'anima più che da vedere con gli occhi.
Le interpretazioni de "La Tempesta" di Giorgione espresse dagli storici dell'arte del passato e del presente, pur suggestive e talora ricche di spunti interessanti, sembrano spesso peccare di una eccessiva smania dei critici di attribuire a Giorgione intenzioni e volontà rispondenti più alla loro personalità che non a quella dell'artista stesso.Un'analisi più accurata ed onesta non può invece che partire dai fatti: Giorgione, pittore veneto e dalla vita misteriosa, subisce certamente l'influenza di Leonardo da Vinci, che soggiornò a Venezia nell'anno 1500; la sua appartenenza al Priorato di Sion o alla versione veneta del priorato, chiamata Rosacroce - seppure non documentata - è altamente probabile. Nello stesso tempo la sua contemporaneità con Nostradamus pone intriganti quesiti anche al lettore più disattento: e se le quartine di quest'ultimo gli erano note, come non ricordare che secondo Leonardo la pittura è una poesia muta mentre la poesia è una pittura cieca? Ma andiamo con ordine. Nel dipinto "La Tempesta" vediamo innanzi tutto la presenza di due generi, il maschile e il femminile. Tre sono i regni presentati, quello animale, quello vegetale e quello minerale. Quattro gli elementi della natura: terra, acqua aria e fuoco.La terna numerica 2-3-4 ci rimanda immediatamente ad alcuni aspetti numerologici che Giorgione non può avere ignorato.2-3-4 significa infatti anche 2 volte 3 (6) e 2 volte 4 (8). E quindi 2-6-8, o forse 26-8.La somma interna di 2-3-4 è quel numero 9 che rappresenta invece la perfezione del 3 volte 3 (33).Se dalla somma dei regni e degli elementi della natura (4+3=7) togliamo i 2 generi maschile e femminile (che si annullano nella divinità) otteniamo 5, che moltiplicato per se stesso diventa 25, cabalisticamente più complesso da identificare.Non è necessario davanti a questi fatti dar sfogo a dotte fantasie o contorte interpretazioni: il 26-8, cioè il 26 agosto, è la data in cui il cardinale veneziano Albino Luciani è diventato Papa con il nome di Giovanni Paolo I. E 33 sono stati i giorni del suo pontificato: sarà un caso che proprio Nostradamus abbia parlato di un Papa Per troppa bontà dolce a morire provocato." (C10, Q12); e sarà ancora un caso che in De Magnis tribolationibus et Statu Ecclesiae, stampate a Venezia nel 1527, un libretto di profezie ad opera di un monaco di Padova, ci sia di nuovo una profezia che a proposito di Giovanni Paolo I dice: “passerà rapido come una stella cadente, il pastore della laguna”?E se quel 25 non corrisponde direttamente all'anno dell'elezione del pontefice, avvenuta nel 1978, possiamo ignorare che la somma interna delle cifre di 1978 sia proprio 25?Eppure questi inconfutabili richiami a Papa Giovanni Paolo I sembrano non aver nulla a che vedere con l'immagine de La Tempesta: che relazione può esserci tra il papa veneziano e quella donna che allatta un bambino di fronte a quel soldato?Mentre la tempesta sta per abbattersi sull'umanità il soldato - un mercenario, stando al suo abito da "lanzichenecco" - sembra attendere un evento o forse un segnale. Un evento collegato a quella donna, a quella madre sul lato orientale del fiume, davanti alla città fortificata con mura e torri. Non sfuggirà al lettore colto che la donna altri non è che la Grande Madre, che gli antichi - Luciano, Apuleio - identificavano con Venere e Iside, equivalenti della mesopotamica dea Ishtar. Cosicché la città turrita potrebbe essere l'antica Babilonia, sulle sponde dell'Eufrate. Soffermiamoci ora sulla città: ciò che più sorprende nelle varie e fantasiose interpretazioni date di questo dipinto è il fatto che gli studiosi abbiano trascurato di dar peso all'ultimo edificio sul fondo del quadro, appena a sinistra dopo le mura. Già riconoscibile ad occhio nudo come la raffigurazione della Basilica di San Pietro in Vaticano, questa identificazione è comprovata da una sofisticata analisi fatta al computer con l'ingrandimento di questa sezione del quadro. Né questo inficia l'identificazione della città con Babilonia: la "Verità", simboleggiata dal massimo simbolo della cristianità (la Basilica di San Pietro), era apparsa, sia pure in forma di schegge minuscole e isolate, anche nel mondo che non conosceva il vero Dio, tra i sapienti e i filosofi. E chi può mettere in dubbio che la "verità" abbia illuminato gli antichi abitanti delle Mesopotamia (simboleggiata da Babilonia), là dove nacque la scrittura, e quindi la Storia?
CONCLUSION IL'ordine del Priorato di Sion è più noto in Veneto come Rosacroce (Rose-croix Veritas), sottotitolo che il Priorato di Sion si era dato a partire dal 1188. Gli appartenenti veneti a Rosacroce (cui avrebbe aderito anche Papa Giovanni XIII, non a caso patriarca di Venezia) erano dediti a pratiche alchemiche e profetiche, in stretto collegamento con i testi del profeta Malachia, di Nostradamus e del monaco di Padova autore del De Magnis tribolationibus et Statu Ecclesiae.Il patrizio veneziano Marcantonio Michiel cita per la prima volta La Tempesta di Giorgione nel suo "Notizie d'opere del disegno" (1530). L'anagramma del nome del patrizio (lo intimo macchinare) avrebbe potuto o dovuto già mettere in sospetto quelle gerarchie ecclesiastiche che del quadro sembrano interessarsi ben poco.Torniamo alla Tempesta. Per noi è chiaro che si tratta della rappresentazione dipinta della profezia scritta da Nostradamus sulla prima Guerra del Golfo (Tempesta sul deserto, il "Desert Storm" del 1990): Sotto i cieli di Babilonia, iniqui, / grande sarà di sangue l'effusione / terra, aria, mare, cielo non proficui / sete, fame, stati, peste, confusione (quartina I,55).Il soldato occidentale attende quasi indifferente che la tempesta si abbatta sull'umanità provocando la Madre di tutte le battaglie, qui simboleggiata dalla donna (la Grande Madre - Ishtar), in prossimità di Baghdad. Giorgione dipinge ciò che Nostradamus scrive e che Leonardo teorizza.Attraverso il quadro di Giorgione gli appartenenti a Rosacroce tramandarono l'immagine della Guerra del Golfo (Tempesta nel deserto), guerra che poteva essere evitata solo da Papa Albino Luciani, ultimo esponente veneto dell'Ordine. Intorno al 1140 il vescovo Irlandese Malachia profetizzò le successioni papali definendo Papa Albino Luciani il Papa della medietate lunae, ovvero la mediazione della luna. Sembra evidente il collegamento fra questo pontefice (anche il nome "Albino" richiama la luce) e la mediazione della luce della luna nei confronti di quella stellare: e la dea Ishtar di Uruk - prima di essere associata al culto della Grande Madre - era del resto la divinità collegata al culto della stella della sera, così come Venere nella tradizione latina. Nel suo pontificato Papa Luciani avrebbe potuto intervenire (sulle banche vaticane gestite da Monsignor Marcinkus in diretto contatto con i fabbricanti di armi americani?) mediando per chiudere quei canali finanziari che furono poi alla base dell'evento bellico. Ma 33 giorni non bastarono e il papa inspiegabilmente morì. Non sta certo a noi stabilire se ci fu una mano assassina (né abbiamo prove che questa mano sia stata mossa da quella stessa Opus Dei che del quadro di Giorgione non ci ha mai voluto parlare). A noi basta sottolineare che, come ricorda Umberto Eco, qualcuno ha tramato o trama ancora nell'ombra. A questi misteriosi personaggi va attribuita la scomparsa di chi aveva messo in chiaro un cifrato che doveva restare nascosto o noto soltanto a chi determina in segreto i destini dell'occidente.
IL TASSO DEL TASSO BARBASSO
http://www.scudit.net/mdtasso.htm
Quell'antico tronco d'albero che si vede ancor oggi sul Gianicolo a Roma, secco, morto, corroso e ormai quasi informe, tenuto su da un muricciolo dentro il quale è stato murato acciocché non cada o non possa farsene legna da ardere, si chiama la quercia del Tasso perché, avverte una lapide, Torquato Tasso andava a sedervisi sotto, quand'essa era frondosa.Anche a quei tempi la chiamavano così.Fin qui niente di nuovo. Lo sanno tutti e lo dicono le guide.
Meno noto è che, poco lungi da essa, c'era, ai tempi del grande e infelice poeta, un'altra quercia fra le cui radici abitava uno di quegli animaletti del genere dei plantigradi, detti tassi.Un caso.
Ma a cagione di esso si parlava della quercia del Tasso con la "t" maiuscola e della quercia del tasso con la "t" minuscola. In verità c'era anche un tasso nella quercia del Tasso e questo animaletto, per distinguerlo dall'altro, lo chiamavano il tasso della quercia del Tasso.Alcuni credevano che appartenesse al poeta, perciò lo chiamavano "il tasso del Tasso"; e l'albero era detto "la quercia del tasso del Tasso" da alcuni, e "la quercia del Tasso del tasso" da altri.
Siccome c'era un altro Tasso (Bernardo, padre di Torquato, poeta anch'egli), il quale andava a mettersi sotto un olmo, il popolino diceva: "È il Tasso dell'olmo o il Tasso della quercia?".Così poi, quando si sentiva dire "il Tasso della quercia" qualcuno domandava: "Di quale quercia?"."Della quercia del Tasso."E dell'animaletto di cui sopra, ch'era stato donato al poeta in omaggio al suo nome, si disse: "il tasso del Tasso della quercia del Tasso".
Poi c'era la guercia del Tasso: una poverina con un occhio storto, che s'era dedicata al poeta e perciò era detta "la guercia del Tasso della quercia", per distinguerla da un'altra guercia che s'era dedicata al Tasso dell'olmo (perché c'era un grande antagonismo fra i due).Ella andava a sedersi sotto una quercia poco distante da quella del suo principale e perciò detta: "la quercia della guercia del Tasso"; mentre quella del Tasso era detta: "la quercia del Tasso della guercia": qualche volta si vide anche la guercia del Tasso sotto la quercia del Tasso.Qualcuno più brevemente diceva: "la quercia della guercia" o "la guercia della quercia". Poi, sapete com'è la gente, si parlò anche del Tasso della guercia della quercia; e, quando lui si metteva sotto l'albero di lei, si alluse al Tasso della quercia della guercia.
Ora voi vorrete sapere se anche nella quercia della guercia vivesse uno di quegli animaletti detti tassi.Viveva.
E lo chiamarono: "il tasso della quercia della guercia del Tasso", mentre l'albero era detto: "la quercia del tasso della guercia del Tasso" e lei: "la guercia del Tasso della quercia del tasso".
Successivamente Torquato cambiò albero: si trasferì (capriccio di poeta) sotto un tasso (albero delle Alpi), che per un certo tempo fu detto: "il tasso del Tasso".
Anche il piccolo quadrupede del genere degli orsi lo seguì fedelmente, e durante il tempo in cui essi stettero sotto il nuovo albero, l'animaletto venne indicato come: "il tasso del tasso del Tasso".
Quanto a Bernardo, non potendo trasferirsi all'ombra d'un tasso perché non ce n'erano a portata di mano, si spostò accanto a un tasso barbasso (nota pianta, detta pure verbasco), che fu chiamato da allora: "il tasso barbasso del Tasso"; e Bernardo fu chiamato: "il Tasso del tasso barbasso", per distinguerlo dal Tasso del tasso.Quanto al piccolo tasso di Bernardo, questi lo volle con sé, quindi da allora quell'animaletto fu indicato da alcuni come: il tasso del Tasso del tasso barbasso, per distinguerlo dal tasso del Tasso del tasso; da altri come il tasso del tasso barbasso del Tasso, per distinguerlo dal tasso del tasso del Tasso.
Il comune di Roma voleva che i due poeti pagassero qualcosa per la sosta delle bestiole sotto gli alberi, ma fu difficile stabilire il tasso da pagare; cioè il tasso del tasso del tasso del Tasso e il tasso del tasso del tasso barbasso del Tasso.
ESERCIZIO N. 1: Scegliere la forma "alterata" opportuna
1. Un piccolo albero è un alberello
2. Un cattivo poeta è un poetastro
3. Un orso piccolo (anche il pupazzo per bambini) è un orsacchiotto
4. La mano di un bambino è una manuccia
5. Un piccolo porto è un porticciolo
6. Un cattivo avvocato è un avvocaticchio
7. Una persona con la testa dura è un testone
8. Un uomo di poco valore è un ominicchio
9. Un libro di poco valore è un libercolo
10. Una persona di talento può essere definita un geniaccio
11. Una uomo un po' grossolano o volgare si dice che è volgarotto
12. Un carattere un po' anarchico si definisce anarcoide
13. Un carattere appuntito e aggressivo si definisce un caratterino
14. Un colore simile a quello dell'oliva è un colore olivastro
15. Della gente poco per bene si definisce gentaglia
ESERCIZIO N. 2: Scegliere la congiunzione opportuna
1. Quel politico parla di abbassare le tasse acciocché la gente lo voti alle prossime elezioni
2. Qualora non venga dovremo sostituirlo
3. È venuto a trovarmi anche se aveva pochissimo tempo libero
4. Si comportava come se fosse nervoso o avesse qualcosa da nascondere
5. È andato via prima che lo incontrassi
6. Dopo che gli ho detto queste cose lui si è molto offeso
7. Sono arrivato in anticipo all'appuntamento cosicché nell'attesa sono andato a prendere un caffè al bar
8. Ho detto sempre che non avrei usato la violenza salvo che non fossi stato costretto
9. Non ho niente in contrario a uscire con voi a patto che non decidiate di andare allo stadio a vedere la partita
10. Accetterò quel lavoro purché mi convincano che si tratta di un lavoro onesto
11. Dal momento che non ho altre alternative, mi resta solo una cosa da fare
ESERCIZIO N. 3: Scegliere la forma verbale opportuna
1. Facendo sport così pericolosi magari un giorno si farà male e allora non so proprio come farà a occuparsi della sua famiglia!
2. Mi ha regalato una stecca di sigarette perché io fumo molto
3. Non lo avrei mai creduto se non me lo avessi detto tu
4. Anche se fossi ricco, non comprerei mai quella macchina
5. Anche se fa freddo, è una giornata bellissima
6. Nella tua situazione non so se mi comporterei come te
7. Parlerò in modo semplice e chiaro perché tutti capiscano
8. Quand'anche mi chiedessi scusa non cambierei di una virgola l'opinione che mi sono fatto di te
9. Devo ammettere che tu, pur avendo dei validissimi motivi per arrabbiarti, hai mantenuto una calma davvero esemplare
10. Un giorno mi vendicherò di lui, fosse pure l'ultima cosa che faccio!
Quell'antico tronco d'albero che si vede ancor oggi sul Gianicolo a Roma, secco, morto, corroso e ormai quasi informe, tenuto su da un muricciolo dentro il quale è stato murato acciocché non cada o non possa farsene legna da ardere, si chiama la quercia del Tasso perché, avverte una lapide, Torquato Tasso andava a sedervisi sotto, quand'essa era frondosa.Anche a quei tempi la chiamavano così.Fin qui niente di nuovo. Lo sanno tutti e lo dicono le guide.
Meno noto è che, poco lungi da essa, c'era, ai tempi del grande e infelice poeta, un'altra quercia fra le cui radici abitava uno di quegli animaletti del genere dei plantigradi, detti tassi.Un caso.
Ma a cagione di esso si parlava della quercia del Tasso con la "t" maiuscola e della quercia del tasso con la "t" minuscola. In verità c'era anche un tasso nella quercia del Tasso e questo animaletto, per distinguerlo dall'altro, lo chiamavano il tasso della quercia del Tasso.Alcuni credevano che appartenesse al poeta, perciò lo chiamavano "il tasso del Tasso"; e l'albero era detto "la quercia del tasso del Tasso" da alcuni, e "la quercia del Tasso del tasso" da altri.
Siccome c'era un altro Tasso (Bernardo, padre di Torquato, poeta anch'egli), il quale andava a mettersi sotto un olmo, il popolino diceva: "È il Tasso dell'olmo o il Tasso della quercia?".Così poi, quando si sentiva dire "il Tasso della quercia" qualcuno domandava: "Di quale quercia?"."Della quercia del Tasso."E dell'animaletto di cui sopra, ch'era stato donato al poeta in omaggio al suo nome, si disse: "il tasso del Tasso della quercia del Tasso".
Poi c'era la guercia del Tasso: una poverina con un occhio storto, che s'era dedicata al poeta e perciò era detta "la guercia del Tasso della quercia", per distinguerla da un'altra guercia che s'era dedicata al Tasso dell'olmo (perché c'era un grande antagonismo fra i due).Ella andava a sedersi sotto una quercia poco distante da quella del suo principale e perciò detta: "la quercia della guercia del Tasso"; mentre quella del Tasso era detta: "la quercia del Tasso della guercia": qualche volta si vide anche la guercia del Tasso sotto la quercia del Tasso.Qualcuno più brevemente diceva: "la quercia della guercia" o "la guercia della quercia". Poi, sapete com'è la gente, si parlò anche del Tasso della guercia della quercia; e, quando lui si metteva sotto l'albero di lei, si alluse al Tasso della quercia della guercia.
Ora voi vorrete sapere se anche nella quercia della guercia vivesse uno di quegli animaletti detti tassi.Viveva.
E lo chiamarono: "il tasso della quercia della guercia del Tasso", mentre l'albero era detto: "la quercia del tasso della guercia del Tasso" e lei: "la guercia del Tasso della quercia del tasso".
Successivamente Torquato cambiò albero: si trasferì (capriccio di poeta) sotto un tasso (albero delle Alpi), che per un certo tempo fu detto: "il tasso del Tasso".
Anche il piccolo quadrupede del genere degli orsi lo seguì fedelmente, e durante il tempo in cui essi stettero sotto il nuovo albero, l'animaletto venne indicato come: "il tasso del tasso del Tasso".
Quanto a Bernardo, non potendo trasferirsi all'ombra d'un tasso perché non ce n'erano a portata di mano, si spostò accanto a un tasso barbasso (nota pianta, detta pure verbasco), che fu chiamato da allora: "il tasso barbasso del Tasso"; e Bernardo fu chiamato: "il Tasso del tasso barbasso", per distinguerlo dal Tasso del tasso.Quanto al piccolo tasso di Bernardo, questi lo volle con sé, quindi da allora quell'animaletto fu indicato da alcuni come: il tasso del Tasso del tasso barbasso, per distinguerlo dal tasso del Tasso del tasso; da altri come il tasso del tasso barbasso del Tasso, per distinguerlo dal tasso del tasso del Tasso.
Il comune di Roma voleva che i due poeti pagassero qualcosa per la sosta delle bestiole sotto gli alberi, ma fu difficile stabilire il tasso da pagare; cioè il tasso del tasso del tasso del Tasso e il tasso del tasso del tasso barbasso del Tasso.
ESERCIZIO N. 1: Scegliere la forma "alterata" opportuna
1. Un piccolo albero è un alberello
2. Un cattivo poeta è un poetastro
3. Un orso piccolo (anche il pupazzo per bambini) è un orsacchiotto
4. La mano di un bambino è una manuccia
5. Un piccolo porto è un porticciolo
6. Un cattivo avvocato è un avvocaticchio
7. Una persona con la testa dura è un testone
8. Un uomo di poco valore è un ominicchio
9. Un libro di poco valore è un libercolo
10. Una persona di talento può essere definita un geniaccio
11. Una uomo un po' grossolano o volgare si dice che è volgarotto
12. Un carattere un po' anarchico si definisce anarcoide
13. Un carattere appuntito e aggressivo si definisce un caratterino
14. Un colore simile a quello dell'oliva è un colore olivastro
15. Della gente poco per bene si definisce gentaglia
ESERCIZIO N. 2: Scegliere la congiunzione opportuna
1. Quel politico parla di abbassare le tasse acciocché la gente lo voti alle prossime elezioni
2. Qualora non venga dovremo sostituirlo
3. È venuto a trovarmi anche se aveva pochissimo tempo libero
4. Si comportava come se fosse nervoso o avesse qualcosa da nascondere
5. È andato via prima che lo incontrassi
6. Dopo che gli ho detto queste cose lui si è molto offeso
7. Sono arrivato in anticipo all'appuntamento cosicché nell'attesa sono andato a prendere un caffè al bar
8. Ho detto sempre che non avrei usato la violenza salvo che non fossi stato costretto
9. Non ho niente in contrario a uscire con voi a patto che non decidiate di andare allo stadio a vedere la partita
10. Accetterò quel lavoro purché mi convincano che si tratta di un lavoro onesto
11. Dal momento che non ho altre alternative, mi resta solo una cosa da fare
ESERCIZIO N. 3: Scegliere la forma verbale opportuna
1. Facendo sport così pericolosi magari un giorno si farà male e allora non so proprio come farà a occuparsi della sua famiglia!
2. Mi ha regalato una stecca di sigarette perché io fumo molto
3. Non lo avrei mai creduto se non me lo avessi detto tu
4. Anche se fossi ricco, non comprerei mai quella macchina
5. Anche se fa freddo, è una giornata bellissima
6. Nella tua situazione non so se mi comporterei come te
7. Parlerò in modo semplice e chiaro perché tutti capiscano
8. Quand'anche mi chiedessi scusa non cambierei di una virgola l'opinione che mi sono fatto di te
9. Devo ammettere che tu, pur avendo dei validissimi motivi per arrabbiarti, hai mantenuto una calma davvero esemplare
10. Un giorno mi vendicherò di lui, fosse pure l'ultima cosa che faccio!
IL "PONTE ROTTO"
http://www.scudit.net/mdponte.htm
A Roma le due rive del Tevere sono collegate da un gran numero di ponti. Alcuni sono moderni, altri risalgono ad epoca romana, altri sono rifacimenti moderni di ponti antichi distrutti.
Proprio al centro del fiume, davanti all'isola Tiberina e agli antichi ponti Cestio e Fabricio, c'è una grande arcata in pietra che i Romani chiamano ponte rotto: è quello che rimane dell'antico Ponte Emilio, che in origine aveva sei arcate.È stato il primo ponte in muratura della città, costruito tra il 181 e il 179 a.C. dai censori Marco Emilio Lepido e Fulvio Nobiliare. Ma secondo una recente ipotesi potrebbe essere ancora più vecchio: sarebbe stato costruito nel 214 a.C. da Manlio Emilio Lepido Numidia, nello stesso periodo in cui è stata anche sistemata l'antica via Aurelia, la più importante strada di collegamento militare e commerciale verso il nord della penisola. Se questo è vero, l'intervento dei due censori nel 181 sarebbe solo una ricostruzione dopo una piena del Tevere.
A questo ponte, come del resto agli altri, sono legate numerose storie e leggende. Ad esempio, lo storico LAMPRIDIO racconta che nel 222 d.C. dal ponte fu gettato nel fiume il corpo del crudele imperatore Eliogabalo, legato con un peso per impedire che tornasse a galla e venisse recuperato. Invece, il poeta GIOVENALE - in una sua Satira - consiglia al suo amico Postumio, che sta per sposarsi, di andare a buttarsi giù dal ponte Emilio (che forse era uno dei preferiti dai suicidi)! Il ponte si trova in un punto del fiume dove la corrente è particolarmente forte, cosicché nel corso dei secoli è stato più volte danneggiato dalle piene del Tevere e più volte ricostruito. Nel 1552 il grande Michelangelo fa i progetti per il rafforzamento della sua struttura, ma i lavori vengono eseguiti, malissimo, da Nanni di Baccio Bigio.Il biografo GIORGIO VASARI racconta che un giorno, mentre con Michelangelo passava sul ponte, l'artista gli avrebbe detto “Giorgio, questo ponte ci trema sotto; sollecitiamo il cavalcare, che non ci rovini in mentre ci siam su”.Era il 1557, cinque anni appena dopo il restauro.
E in effetti il 14 settembre di quello stesso anno, a causa di un'alluvione, tre arcate crollano. Poco tempo dopo, papa Gregorio XIII Boncompagni le fa ricostruire in pietra e mattoni, per il Giubileo del 1575.Ma un'altra alluvione il 24 dicembre 1598, forse la più violenta di tutte quelle che hanno colpito Roma fin dall’antichità, gli dà il colpo mortale:
le acque portano via tre arcate del ponte, lasciando in piedi solo le tre del lato destro. Ponte Emilio rimase così, spezzato a metà, per molto tempo, come testimoniano le incisioni e le vedute pittoriche, diventando per i romani ponte rotto.
Nel 1853, le tre arcate sopravvissute vengono collegate alla riva sinistra da una passerella di ferro lunga 63 metri e sorretta da funi. Ma si tratta di una soluzione provvisoria.Nel 1888 si decide la costruzione di un nuovo ponte (Ponte Palatino), in connessione con la realizzazione dei muraglioni: vengono distrutti sia la passerella in ferro sia le due campate (arcate) più esterne, lasciando come unica testimonianza la campata ancora visibile.
ESERCIZIO VOLGERE I VERBI AL CONDIZIONALE
1 - A Roma alcuni ponti / sono /_sarebbero_ rifacimenti moderni di ponti antichi distrutti. 2 - Ponte Emilio / è stato /_sarebbe stato_ il primo ponte in muratura della città.3 - Nel 214 i romani / hanno sistemato /_avrebbero sistemato_ anche l'antica via Aurelia.4 - Lo storico Lampridio racconta che nel 221 d.C. dal ponte / fu gettato /sarebbe gettato_ nel fiume il corpo dell'imperatore Eliogabalo.5 - Postumio / ha ricevuto /_avrebbe ricevuto_ dal suo amico Giovenale il consiglio di andare a buttarsi giù dal ponte Emilio invece di sposarsi.6 - Il ponte / si trova / _si troverebbe_ in un punto del fiume dove la corrente è particolarmente forte . 7 - Se Michelangelo avesse eseguito i restauri nel 1552, il ponte non / crollava / _avrei crollato_8 - Ponte Emilio / rimase / _sarebbe rimasto_ in piedi a metà per molto tempo, come testimoniano le incisioni e le vedute pittoriche9 - Nel 1888 / si decide /_si deciderebbe_ la costruzione di un nuovo ponte (Ponte Palatino).
ESERCIZIO COMPLETARE CON LE PREPOSIZIONI
1 - A Roma le due rive del Tevere sono collegate _di_ un gran numero di ponti. 2 - Davanti __dell’_ isola Tiberina e __dall’_ antichi ponti Cestio e Fabricio, c'è ponte rotto.3 - Ponte Emilio è stato costruito _fra__ il 181 e il 179 a.C.4 - La via Aurelia era la più importante strada _nel__ collegamento militare e commerciale verso il nord della penisola. 5 - __in_ questo ponte sono legate storie e leggende. 6 - Lo storico Lampridio racconta che nel 221 d.C. __al _ ponte fu gettato _?__ fiume il corpo del crudele imperatore Eliogabalo7 - Il poeta Giovenale consiglia al suo amico Postumio __d’_ andare a buttarsi giù dal ponte Emilio.8 - Il ponte si trova __in_ un punto del fiume dove la corrente è particolarmente forte.9 - Nel 1552 il grande Michelangelo fa i progetti _per__ il rafforzamento della struttura del ponte. 10 - Il biografo Giorgio Vasari racconta che un giorno lui e Michelangelo passavano _nel__ ponte.11 - Il 14 settembre __a_ quello stesso anno avviene il crollo di tre arcate.
12 - Nel 1888 si decide la costruzione di un nuovo ponte (Ponte Palatino), in connessione __per__ la realizzazione dei muraglioni.
A Roma le due rive del Tevere sono collegate da un gran numero di ponti. Alcuni sono moderni, altri risalgono ad epoca romana, altri sono rifacimenti moderni di ponti antichi distrutti.
Proprio al centro del fiume, davanti all'isola Tiberina e agli antichi ponti Cestio e Fabricio, c'è una grande arcata in pietra che i Romani chiamano ponte rotto: è quello che rimane dell'antico Ponte Emilio, che in origine aveva sei arcate.È stato il primo ponte in muratura della città, costruito tra il 181 e il 179 a.C. dai censori Marco Emilio Lepido e Fulvio Nobiliare. Ma secondo una recente ipotesi potrebbe essere ancora più vecchio: sarebbe stato costruito nel 214 a.C. da Manlio Emilio Lepido Numidia, nello stesso periodo in cui è stata anche sistemata l'antica via Aurelia, la più importante strada di collegamento militare e commerciale verso il nord della penisola. Se questo è vero, l'intervento dei due censori nel 181 sarebbe solo una ricostruzione dopo una piena del Tevere.
A questo ponte, come del resto agli altri, sono legate numerose storie e leggende. Ad esempio, lo storico LAMPRIDIO racconta che nel 222 d.C. dal ponte fu gettato nel fiume il corpo del crudele imperatore Eliogabalo, legato con un peso per impedire che tornasse a galla e venisse recuperato. Invece, il poeta GIOVENALE - in una sua Satira - consiglia al suo amico Postumio, che sta per sposarsi, di andare a buttarsi giù dal ponte Emilio (che forse era uno dei preferiti dai suicidi)! Il ponte si trova in un punto del fiume dove la corrente è particolarmente forte, cosicché nel corso dei secoli è stato più volte danneggiato dalle piene del Tevere e più volte ricostruito. Nel 1552 il grande Michelangelo fa i progetti per il rafforzamento della sua struttura, ma i lavori vengono eseguiti, malissimo, da Nanni di Baccio Bigio.Il biografo GIORGIO VASARI racconta che un giorno, mentre con Michelangelo passava sul ponte, l'artista gli avrebbe detto “Giorgio, questo ponte ci trema sotto; sollecitiamo il cavalcare, che non ci rovini in mentre ci siam su”.Era il 1557, cinque anni appena dopo il restauro.
E in effetti il 14 settembre di quello stesso anno, a causa di un'alluvione, tre arcate crollano. Poco tempo dopo, papa Gregorio XIII Boncompagni le fa ricostruire in pietra e mattoni, per il Giubileo del 1575.Ma un'altra alluvione il 24 dicembre 1598, forse la più violenta di tutte quelle che hanno colpito Roma fin dall’antichità, gli dà il colpo mortale:
le acque portano via tre arcate del ponte, lasciando in piedi solo le tre del lato destro. Ponte Emilio rimase così, spezzato a metà, per molto tempo, come testimoniano le incisioni e le vedute pittoriche, diventando per i romani ponte rotto.
Nel 1853, le tre arcate sopravvissute vengono collegate alla riva sinistra da una passerella di ferro lunga 63 metri e sorretta da funi. Ma si tratta di una soluzione provvisoria.Nel 1888 si decide la costruzione di un nuovo ponte (Ponte Palatino), in connessione con la realizzazione dei muraglioni: vengono distrutti sia la passerella in ferro sia le due campate (arcate) più esterne, lasciando come unica testimonianza la campata ancora visibile.
ESERCIZIO VOLGERE I VERBI AL CONDIZIONALE
1 - A Roma alcuni ponti / sono /_sarebbero_ rifacimenti moderni di ponti antichi distrutti. 2 - Ponte Emilio / è stato /_sarebbe stato_ il primo ponte in muratura della città.3 - Nel 214 i romani / hanno sistemato /_avrebbero sistemato_ anche l'antica via Aurelia.4 - Lo storico Lampridio racconta che nel 221 d.C. dal ponte / fu gettato /sarebbe gettato_ nel fiume il corpo dell'imperatore Eliogabalo.5 - Postumio / ha ricevuto /_avrebbe ricevuto_ dal suo amico Giovenale il consiglio di andare a buttarsi giù dal ponte Emilio invece di sposarsi.6 - Il ponte / si trova / _si troverebbe_ in un punto del fiume dove la corrente è particolarmente forte . 7 - Se Michelangelo avesse eseguito i restauri nel 1552, il ponte non / crollava / _avrei crollato_8 - Ponte Emilio / rimase / _sarebbe rimasto_ in piedi a metà per molto tempo, come testimoniano le incisioni e le vedute pittoriche9 - Nel 1888 / si decide /_si deciderebbe_ la costruzione di un nuovo ponte (Ponte Palatino).
ESERCIZIO COMPLETARE CON LE PREPOSIZIONI
1 - A Roma le due rive del Tevere sono collegate _di_ un gran numero di ponti. 2 - Davanti __dell’_ isola Tiberina e __dall’_ antichi ponti Cestio e Fabricio, c'è ponte rotto.3 - Ponte Emilio è stato costruito _fra__ il 181 e il 179 a.C.4 - La via Aurelia era la più importante strada _nel__ collegamento militare e commerciale verso il nord della penisola. 5 - __in_ questo ponte sono legate storie e leggende. 6 - Lo storico Lampridio racconta che nel 221 d.C. __al _ ponte fu gettato _?__ fiume il corpo del crudele imperatore Eliogabalo7 - Il poeta Giovenale consiglia al suo amico Postumio __d’_ andare a buttarsi giù dal ponte Emilio.8 - Il ponte si trova __in_ un punto del fiume dove la corrente è particolarmente forte.9 - Nel 1552 il grande Michelangelo fa i progetti _per__ il rafforzamento della struttura del ponte. 10 - Il biografo Giorgio Vasari racconta che un giorno lui e Michelangelo passavano _nel__ ponte.11 - Il 14 settembre __a_ quello stesso anno avviene il crollo di tre arcate.
12 - Nel 1888 si decide la costruzione di un nuovo ponte (Ponte Palatino), in connessione __per__ la realizzazione dei muraglioni.
canzione e vocabolario 5
Cade la pioggia - Negramaro
ossa huesos
casca cae
scivolo diapositiva
sporca sucio
tace silencioso
brace ascuas
pelle piele
addosso nel
l’odore olor
piuttosto más bien
scaricano descargar
gettando lanzamiento
seme semilla
battito vencer
polvere polvo
canzione e vocabolario 4
Elisa - "Gli ostacoli del cuore" - feat. Luciano Ligabue
scartare descartar
pacco paquete
coccolati mimado
segreti secretos
volentieri de buena gana
meritare merecer
buttare lanzar
dondolare columpio
canzione e vocabolario 3
Elisa - "Anche se non trovi le parole"
segno signo
scordare olvidar
fidare confianza
se resti si te quedas
riesci puede
canzione e vocabolario 2
Noemi - Per Tutta La Vita
vuoto vacío
ferita herida
delusa decepcionada
appiglio punto de apoyo/ apoyo
Esplode explota
gelosia celos
infrange rompe
luce luz
canzione e vocabolario
Jovanotti - A Te
all'angolo esquina
coi con
pugni puños/ golpes
chiusi cerrado
spalle de nuevo
bassi bajo
i disillusi los desilusionados
bollicine burbujas
misurarlo medida
Stringendoti agarrando
trascinarla arrastrar
roccia roca
uragano huracán
senso sentido
accoglie bienvenida/ acojer
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